La Cina industriale di fronte alla sfida globale
Per Lu Feng, la Cina risponde alle pressioni di Trump con il "socialismo industriale": un modello basato su competenze accumulate, non su trasferimenti esterni.
La Cina del 2025 avanza con passo deciso: il PIL cresce del 5,4% nel primo trimestre, superando le aspettative, mentre l'innovazione tecnologica rafforza la sua posizione nella competizione globale. Ma le tensioni geopolitiche, dai dazi di Trump alle restrizioni tecnologiche, mettono alla prova la resilienza dell'industria cinese. Come si prepara Pechino a questa sfida? Il professor Lu Feng, esperto di industrializzazione presso l'Università di Beijing, offre un'analisi lucida e senza filtri: dalla necessità di liberare l'industria dai vincoli interni al confronto tra il "socialismo industriale" cinese e il "capitalismo finanziario" statunitense, una riflessione che illumina il futuro economico della Cina.
Le sfide economiche della Cina
Il professor Lu Feng inizia analizzando il contesto internazionale, dominato dalle politiche imprevedibili di Trump. "Sebbene fosse prevedibile che Trump non rispettasse le regole, le sue azioni hanno sorpreso per audacia", osserva Lu. Dalle proposte di annettere il Canada o la Groenlandia danese al controllo del Canale di Panama, Trump ha mostrato ambizioni espansionistiche senza precedenti. Tuttavia, il suo obiettivo strategico rimane in linea con quello delle precedenti amministrazioni: preservare l'egemonia statunitense.Lu sottolinea che Trump mira a "distruggere l'attuale sistema economico globale, trasferendo i costi dell'aggiustamento economico agli altri Paesi, inclusi gli alleati, attraverso dazi elevati". Parallelamente, cerca di invertire la deindustrializzazione americana promuovendo il ritorno della manifattura e intensificando la pressione sulla Cina, percepita come la principale minaccia all'egemonia statunitense. Le recenti misure, come i dazi sui prodotti cinesi, le restrizioni all'export di semiconduttori e le limitazioni ai servizi marittimi cinesi, confermano che Pechino è il principale bersaglio di Washington.
Perché il ritorno della manifattura negli Stati Uniti è impossibile
Uno degli obiettivi centrali di Trump è il rilancio dell'industria manifatturiera americana attraverso dazi protezionistici. Tuttavia, Lu Feng ritiene che questo piano sia destinato al fallimento. "La deindustrializzazione americana è iniziata negli anni '70, un processo autoindotto che non può essere attribuito ad altri", spiega. Storicamente, gli Stati Uniti sono diventati una potenza industriale tra il 1870 e la Prima Guerra Mondiale, superando il Regno Unito. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la loro capacità produttiva è stata decisiva per la vittoria degli Alleati. Tuttavia, la ricerca scientifica americana è rimasta indietro rispetto all'Europa fino agli anni '40, quando l'afflusso di scienziati europei e il trasferimento di tecnologie hanno colmato il divario.Lu evidenzia un principio storico: "Solo un Paese industrializzato può diventare una potenza scientifica, perché l'industrializzazione genera la domanda e le risorse per la scienza." La deindustrializzazione americana, iniziata con l'ascesa del capitalismo finanziario negli anni '70, è stata aggravata dalla ricerca dell'egemonia globale. La crisi del sistema di Bretton Woods, l'espansione del deficit commerciale e le politiche neoliberiste degli anni '80 hanno favorito la finanziarizzazione dell'economia, con fusioni aziendali, chiusura di fabbriche e delocalizzazione produttiva.Inoltre, Lu contesta l'idea che la Cina abbia beneficiato di un semplice "trasferimento industriale" dall'Occidente. "L'industria non è un oggetto che si sposta, è un'abilità organizzativa e sociale intrinseca", afferma. La Cina ha costruito un sistema industriale completo negli anni '50 e '60, che ha fornito la base per le riforme economiche post-1978. Esempi come Northern Huachuang, leader nei semiconduttori, dimostrano come il progresso industriale cinese derivi da decenni di accumulazione di competenze, non da trasferimenti esterni.
Liberare l'industria cinese dai vincoli autoimposti
Lu Feng critica aspramente le politiche interne che limitano lo sviluppo industriale cinese, in particolare il "pensiero dicotomico" che divide l'industria in "vecchia" (tradizionale) e "nuova" (tecnologica). Questa mentalità, diffusa tra gli economisti liberali, ha portato a un regime di limitazione della produzione che ha penalizzato l'industria tradizionale, considerata "obsoleta". "Dal 2011 al 2023, nonostante la repressione, l'industria tradizionale rappresenta ancora l'84,3% del valore aggiunto industriale", sottolinea Lu, citando dati ufficiali.Le politiche di riduzione della capacità produttiva, introdotte con l'obiettivo di promuovere sostenibilità ambientale e ottimizzare le risorse, hanno però avuto effetti collaterali significativi, portando alla chiusura di numerose imprese, in particolare private. Ad esempio, l'industria siderurgica ha subito restrizioni nonostante una domanda ancora sostenuta, mentre il settore cantieristico ha affrontato anni di difficoltà per via di limitazioni al credito, pur registrando recenti successi a livello globale. Lu cita anche il caso di Yanshan Petrochemical, un'azienda statale che ha svolto un ruolo chiave durante la pandemia producendo materiali per mascherine, ma che oggi deve confrontarsi con il rischio di una chiusura parziale delle sue attività chimiche per preoccupazioni ambientali e burocratiche.Secondo Lu, "il rallentamento economico cinese è legato in parte a politiche che non hanno pienamente valorizzato il potenziale dell'industria tradizionale". La riduzione della capacità produttiva in questo settore ha influito sulla domanda interna, limitando le opportunità di crescita anche per le industrie ad alta tecnologia, che dipendono dai clienti tradizionali per prosperare.
Socialismo industriale contro capitalismo finanziario
Lu Feng introduce il concetto di "socialismo industriale" per descrivere il modello cinese, contrapponendolo al "capitalismo finanziario" statunitense. "Il socialismo industriale si basa sull'aumento della produttività attraverso l'economia reale, mentre il capitalismo finanziario privilegia la speculazione e la finanziarizzazione", spiega. La Cina, grazie al controllo statale sul sistema finanziario, può indirizzare le risorse verso l'industria, evitando la trappola della finanziarizzazione che ha indebolito gli Stati Uniti.Un esempio concreto è il sistema di prestiti per l'aggiornamento tecnologico, che ha sostenuto la modernizzazione industriale fino a circa un decennio fa, quando è stato abbandonato sotto l'influenza del pensiero dicotomico. Recentemente, la Banca Popolare Cinese ha reintrodotto prestiti specifici per l'aggiornamento delle attrezzature, un segnale positivo che, secondo Lu, dovrebbe essere ampliato con politiche di credito inclusive per tutte le imprese, indipendentemente da settore o proprietà.Lu sostiene che il socialismo industriale cinese, con il suo sistema industriale completo e la partecipazione di milioni di lavoratori, rappresenta un vantaggio competitivo insuperabile. L'emergere di innovazioni come il modello AI DeepSeek, che ha sfidato il monopolio tecnologico statunitense, dimostra che un'industria tradizionale forte accelera il progresso tecnologico. "Più grande è il sistema industriale, più rapido è il progresso tecnologico", afferma Lu.
Conclusione
Nell'attuale confronto con gli Stati Uniti, la Cina deve sfruttare la forza del suo sistema industriale, abbandonando le limitazioni autoimposte e promuovendo un'upgrade industriale inclusivo. Lu Feng conclude citando lo studioso americano James Kurth: "La storia dimostra che una potenza industriale non ha mai perso contro una potenza finanziaria". Se la Cina manterrà il suo impegno per l'industrializzazione e il socialismo industriale, potrà non solo resistere alle pressioni esterne, ma emergere più forte, consolidando il suo ruolo di leader globale nel XXI secolo.