Zhao Suisheng: la "crisi prolungata" tra Cina e Stati Uniti
In un mondo in cui le dinamiche geopolitiche tra Cina e Stati Uniti dominano l’attenzione globale, Zhao Suisheng offre una prospettiva lucida sulla natura complessa di questa competizione.
In un mondo in cui le dinamiche geopolitiche tra Cina e Stati Uniti dominano l’attenzione globale, Zhao Suisheng, docente presso la Josef Korbel School of International Studies dell’Università di Denver, offre una prospettiva lucida e articolata sulla natura complessa di questa competizione. Nel suo intervento al quarto Forum di Relazioni Internazionali della Fudan University, tenutosi il 14 giugno 2025, Zhao ha delineato il concetto di “crisi prolungata” per descrivere lo stato attuale delle relazioni sino-statunitensi, evitando il termine “nuova guerra fredda” e sottolineando che questa tensione non è il risultato di eventi improvvisi, ma di una competizione strutturale e di lungo periodo.
Una crisi radicata nella competizione strategica
Secondo Zhao, la crisi tra Cina e Stati Uniti non dipende dai cicli politici americani, che si tratti di un’amministrazione democratica o repubblicana, ma da un consenso bipartisan consolidatosi a Washington: la Cina è percepita come un rivale strategico. Questo “nuovo consenso di Washington” ha ridefinito la politica estera statunitense, ponendo la competizione con Pechino al centro delle priorità strategiche.
Il punto più basso delle relazioni bilaterali si è registrato tra il 2018 e il 2023, un periodo caratterizzato dall’interruzione di tutti i canali ufficiali di dialogo. Zhao ricorda come, già nel 2017, con l’insediamento di Donald Trump, i tentativi cinesi di ristabilire un dialogo fossero falliti. Nel 2018, l’ultima visita di ministri statunitensi in Cina, tra cui il segretario di Stato Mike Pompeo e il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, fu descritta come un “disastro” dagli stessi funzionari statunitensi, che lamentarono un trattamento freddo e una mancanza di progressi concreti.
La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato la situazione, interrompendo anche gli scambi accademici e culturali. Programmi come il Fulbright e il Peace Corps, che per decenni hanno formato esperti statunitensi sulla Cina, sono stati sospesi. Nel 2023, il numero di studenti statunitensi in Cina è sceso a soli 350, rispetto a un picco di decine di migliaia, mentre gli studenti cinesi negli Stati Uniti sono passati da 380.000-370.000 a circa 270.000-250.000, con crescenti difficoltà per i giovani scienziati cinesi nell’ottenere visti.
Il punto di svolta del 2008 e la percezione del declino americano
Zhao individua nel 2008, con la crisi finanziaria globale, il momento di svolta nelle relazioni sino-statunitensi. Mentre gli Stati Uniti affrontavano una grave recessione, la Cina si riprendeva rapidamente, registrando tassi di crescita vicini al 10%. Questo squilibrio ha alimentato in Cina una nuova fiducia, con molti osservatori convinti che gli Stati Uniti fossero entrati in una fase di declino irreversibile. "A Pechino si percepiva che l’America non sarebbe mai più tornata quella di prima", spiega Zhao, sottolineando come questa percezione abbia cambiato il modo in cui la Cina si rapportava agli Stati Uniti, passando da un atteggiamento di "ammirazione" a uno di "parità".
Negli Stati Uniti, invece, questa evoluzione ha generato un senso di ansia. Zhao descrive la "sindrome da grande potenza" statunitense: un’ossessione per il mantenimento dell’egemonia globale e la paura di essere superati. La Cina, con il suo ambizioso "obiettivo del secolo" di diventare una grande potenza, è diventata il principale oggetto di questa preoccupazione. "Nessun politico statunitense, che sia Biden o Trump, vuole essere ricordato come colui che ha permesso alla Cina di superare gli Stati Uniti", osserva Zhao.
Ideologia, Taiwan e la mancanza di fiducia
La competizione sino-statunitense è ulteriormente complicata da tre fattori: la rivalità tra una potenza emergente e una consolidata, le divergenze ideologiche e la questione di Taiwan. Zhao sottolinea che il problema non è una mancanza di comunicazione, dopo cinquant’anni di relazioni, entrambe le parti conoscono bene le rispettive linee rosse, ma una profonda sfiducia reciproca. Gli Stati Uniti dichiarano di non voler contenere la Cina, ma Pechino non ci crede. La Cina assicura di non voler sfidare la leadership statunitense, ma Washington rimane scettica.
Le divergenze ideologiche, messe in secondo piano durante l’era della riforma e dell’apertura cinese, sono riemerse con forza. Sotto l’amministrazione Biden, la competizione è stata spesso inquadrata come uno scontro tra "democrazia" e "autoritarismo". La questione taiwanese, invece, rimane un punto di attrito insormontabile, centrale nella strategia indo-pacifica statunitense e percepita da Pechino come una minaccia diretta alla sua sovranità.
Una stabilizzazione fragile
Nonostante il punto più basso raggiunto nel 2023, Zhao nota segnali di stabilizzazione, culminati nel vertice di San Francisco tra i leader dei due paesi alla fine dello stesso anno. La Cina ha espresso la volontà di “fermare il declino e stabilizzare” le relazioni, e gli Stati Uniti hanno risposto con una serie di visite di alto livello, tra cui quella del segretario di Stato Antony Blinken. Tuttavia, questa stabilità è fragile e non segna la fine della crisi prolungata, ma piuttosto una pausa a un livello di tensione più basso.
Le prospettive future: una via per la convivenza pacifica?
Zhao si chiede se Cina e Stati Uniti abbiano la saggezza politica per evitare un conflitto aperto. Nel suo recente libro, The Dragon Roars Back: Transformational Leaders and Dynamics of Chinese Foreign Policy (Stanford University Press, 2023), sottolinea il ruolo cruciale della leadership nel plasmare le decisioni di politica estera. Se da un lato la Cina sembra aver adottato un approccio più razionale, riconoscendo i rischi di un’eccessiva assertività, dall’altro gli Stati Uniti appaiono intrappolati in una spirale di polarizzazione interna e di percezioni distorte sulla Cina, che oscillano tra la sottovalutazione della sua resilienza economica e l’esagerazione della sua minaccia.
Zhao avverte che un'"eccessiva reazione" statunitense potrebbe portare a conseguenze gravi, come conflitti evitabili, danni agli interessi economici di entrambi i paesi e un rafforzamento del nazionalismo anti-americano in Cina. Tuttavia, è scettico sull’idea che l’approccio pragmatico di Trump, che vede le relazioni internazionali come una serie di "transazioni", possa portare a una distensione duratura. Sebbene Trump sembri meno interessato a questioni ideologiche, la sua ossessione per il decoupling economico e la repressione dello sviluppo tecnologico cinese, unita all’influenza di un establishment anti-cinese, rende improbabile una svolta significativa.
Conclusione: la necessità di una coesistenza pacifica
In conclusione, Zhao rifiuta l’idea che la competizione sino-statunitense possa risolversi con la sconfitta di una delle due parti, come avvenne durante la Guerra Fredda. Entrambi i paesi, sostiene, possiedono una straordinaria resilienza: la Cina grazie alla sua capacità di innovazione e governance, gli Stati Uniti grazie alla loro abilità di autocorrezione e al dinamismo della loro società. La sfida, quindi, non è stabilire un vincitore, ma trovare un modo per convivere pacificamente. "Non possiamo sottovalutare né la Cina né gli Stati Uniti", conclude Zhao. "La vera questione è se i due paesi sapranno trovare una via per risolvere i conflitti senza ricorrere alla guerra".