Perché l'Europa scivola a destra: la lettura di Ding Chun sulle pagine di Qiushi
Partiamo da un numero: 61%. Tante sono le famiglie europee a basso reddito che nel 2025 dichiaravano di faticare ad arrivare a fine mese. Due anni prima erano il 40%, dice Eurofound. Da questo dato parte il saggio con cui l'economista Ding Chun, sul numero 12 di Qiushi, la rivista teorica del Comitato centrale del Partito comunista cinese, spiega perché l'Europa scivola a destra. Il sito della rivista lo ha poi rilanciato due volte nello stesso giorno, il 29 giugno, con un pezzo della rubrica web 是说新语 sulle cause dello spostamento dello spettro politico e uno sui suoi effetti.
Sull'autore conviene fermarsi un momento. Ding Chun dirige il Centro di studi europei della Fudan di Shanghai, è vicepresidente della Società cinese di studi sull'Europa e cattedra Jean Monnet: uno dei principali europeisti accademici del paese. E questo va detto anche per pesare correttamente il testo: non è un editoriale né un pezzo della redazione, è un contributo d'autore. La sede e il doppio rilancio indicano che la lettura circola con favore negli ambienti ufficiali, ma un'indicazione resta un'indicazione, non una linea.

Il punto di partenza è economico. Ding Chun riprende Paul Krugman, che ha descritto il declino europeo come «una catastrofe al rallentatore», e ci mette sotto i numeri: il peso dell'economia dell'Unione su quella mondiale è sceso dal picco del 25,89% del 2004 al 17,57% del 2024, a parità di potere d'acquisto i consumi pro capite europei valevano nel 2022 circa il 58% di quelli statunitensi, la manifattura ha perso 2,3 milioni di posti tra 2008 e 2023, e in dieci anni le imprese europee nella Fortune Global 500 sono passate da 142 a 123. Nel frattempo la classe media si restringe in quasi due terzi degli Stati membri. C'è anche una geografia precisa del malcontento, nell'analisi: le regioni in declino industriale, i centri minori, le periferie. Non un continente arrabbiato in blocco, ma spaccato per territori.
Su questo terreno si innesta la questione migratoria, che il saggio tratta come il «mediatore» tra disagio economico e voto: quando la crescita langue, una parte degli elettori attribuisce a rifugiati e migranti la pressione su lavoro e sicurezza. Il saggio non gira attorno al tema, parla di «società parallele» nei quartieri a forte concentrazione migratoria e di fratture identitarie difficili da ricomporre. Poi ci sono i partiti tradizionali, e qui la diagnosi si fa tagliente. Il centrosinistra stretto tra austerità e promesse redistributive che non può mantenere. Il centrodestra che rincorre le parole d'ordine populiste perdendo riconoscibilità. Nel vuoto, le destre radicali hanno lavorato di fino: etichette ammorbidite, retorica antisistema, e gli orfani dei partiti storici raccolti uno a uno.
Il censimento è aggiornato a maggio 2026. Destre radicali e populiste governano o co-governano in Italia, Finlandia e Repubblica Ceca. Al Parlamento europeo i tre gruppi dell'area, Conservatori e Riformisti, Patrioti per l'Europa, Europa delle Nazioni Sovrane, sommano 187 seggi, il 26% dell'emiciclo. Dove non governano crescono lo stesso: AfD e Rassemblement National comandano i sondaggi nei rispettivi paesi, e Reform UK ha vinto le amministrative britanniche del 2026 con una proiezione nazionale del voto intorno al 27%, 1.454 seggi, il controllo di 14 consigli locali.
Ma il passaggio che a Ding Chun interessa di più è la fine di quella che chiama strategia del «firewall» (ovvero, quello che in Europa chiamiamo «cordone sanitario»), i tre no dei partiti tradizionali: nessuna cooperazione, nessuna coalizione, nessuna dipendenza. Tutti e tre caduti, in ordine sparso. A inizio 2025 la CDU vota in Bundestag una mozione sull'immigrazione con i voti dell'AfD. I Moderati svedesi governano dal 2022 con l'appoggio esterno dei Democratici Svedesi. I socialdemocratici danesi hanno fatto proprio l'obiettivo «zero rifugiati», i laburisti britannici confermano la stretta migratoria. Per vincere la battaglia dell'agenda, insomma, alle destre non serve più nemmeno vincere le elezioni.
Il secondo articolo misura le conseguenze, e qui la prospettiva cinese emerge senza troppi filtri. La frammentazione, intanto: saltato il bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, i governi di coalizione si moltiplicano e durano poco, le energie si consumano nelle trattative, le riforme di lungo periodo restano ferme. I partiti antisistema al governo devono scendere a patti con l'establishment che dicevano di combattere, e il divario tra promesse e realtà logora le coalizioni dall'interno.
Poi il protezionismo, che è il capitolo dove gli interessi cinesi affiorano in controluce. Ding Chun legge la svolta della politica commerciale europea come un prodotto diretto dello spostamento a destra: la Strategia di sicurezza economica del 2023, il regolamento sulle sovvenzioni estere, le revisioni delle norme sulla cybersicurezza che introducono «rischi non tecnici» legati alla nazionalità delle imprese, fino all'Industrial Accelerator Act del 2026, molte clausole del quale sarebbero, sostiene l'autore, cucite su misura contro le aziende di determinati paesi terzi. La Cina non viene mai nominata. Ma non ce n'è bisogno per capire.
Terzo effetto, la paralisi dell'azione collettiva: sul sostegno all'Ucraina, sulle spese per la difesa, sulla risposta ai dazi statunitensi i Ventisette faticano a tenere una linea, e ogni sintesi costa di più. Un'Europa che secondo il saggio ha perso credibilità anche come alfiere del multilateralismo, meno impegnata sul clima, meno generosa negli aiuti allo sviluppo.
La chiusura abbandona il registro descrittivo. L'Europa è a un bivio, scrive Ding Chun, prigioniera di una spirale in cui «più cresce l'ansia più si ripiega su di sé, più si ripiega più diventa passiva». Il protezionismo «non è mai stato il rimedio», perché l'integrazione europea è arrivata fin qui grazie all'apertura e alla cooperazione, e solo lì può ritrovare l'uscita. Un finale che rivela il punto di osservazione. Da queste pagine non filtra il tifo per la disgregazione europea, semmai l'interesse per un'Europa che resti aperta ai capitali e alle merci cinesi: nelle destre sovraniste il saggio vede non un interlocutore, ma un fattore di chiusura del mercato. Applicata all'Europa, l'analisi funziona. Che l'Europa sappia farne qualcosa è un altro discorso.