UE-Cina, un'alleanza pragmatica contro il caos commerciale globale

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UE-Cina, un'alleanza pragmatica contro il caos commerciale globale
Lorenzo Codogno, ex capo economista del Ministero dell'Economia

Lorenzo Codogno conosce i meccanismi dell'economia europea dall'interno. Fondatore di LC Macro Advisors e visiting professor alla London School of Economics e al College of Europe, ha trascorso quasi un decennio come capo economista al Ministero dell'Economia e delle Finanze italiano, guidando la delegazione del Tesoro al Comitato di Politica Economica dell'UE, di cui è stato presidente tra il 2010 e il 2011. Prima ancora, undici anni a Bank of America a Londra come managing director. Non è, insomma, un accademico che ragiona dall'esterno: è qualcuno che ha contribuito a costruire la governance economica europea.

La sua tesi recente sulle relazioni tra Unione Europea e Cina, pubblicata sul sito della London School of Economics and Political Science, è quasi banale nella logica, se non fosse che il mondo nel frattempo ha smesso di ragionare per logiche: i due blocchi dovrebbero smettere di farsi guidare da calcoli di sicurezza nazionale e costruire invece una relazione commerciale pragmatica, orientata al lungo periodo.

Il punto di partenza è la vulnerabilità condivisa. L'UE dipende strutturalmente dalle importazioni energetiche e, nonostante la transizione rinnovabile in corso, il tessuto industriale europeo resta esposto agli shock globali. La Cina si trova in una posizione analoga. Questa dipendenza strutturale, argomenta Codogno, rende entrambe le aree naturalmente interessate alla stabilità commerciale internazionale.

 L’UE è leader nella transizione climatica e nelle energie rinnovabili, con il 47,3% dell’elettricità generata da fonti rinnovabili nel 2025. Tuttavia, deve ancora affrontare connessioni transfrontaliere interne limitate e un mercato energetico interno frammentato. Quasi il 60% del fabbisogno energetico dell’UE è soddisfatto attraverso importazioni, per un valore di 337 miliardi di euro (1,9% del PIL).

Su questo sfondo, i numeri del commercio bilaterale meritano una lettura attenta. Nel 2025 gli scambi totali tra UE e Cina hanno raggiunto 759 miliardi di euro, con un deficit europeo di 359 miliardi, pari al 2% del PIL. Codogno non nega lo squilibrio, ma lo contestualizza: la Cina è strutturalmente una potenza industriale, con il settore manifatturiero al 37% del valore aggiunto lordo, contro il 22% europeo e il 18% statunitense. Produce di più, esporta di più: e in un sistema commerciale fondato su regole condivise questo sarebbe semplicemente la divisione internazionale del lavoro che funziona. Eppure quel sistema si sta erodendo, sostituito da una logica in cui ogni squilibrio bilaterale diventa un'accusa politica.

In un sistema commerciale globale aperto e basato su regole, i paesi scambiano beni e servizi per raggiungere l’allocazione più efficiente delle risorse su scala globale, e in questo contesto l’interdipendenza è benefica.

Ed è qui che entra Trump, come variabile di sistema e non come parentesi. I dazi imposti dall'amministrazione statunitense hanno riconfigurato le priorità europee, costringendo Bruxelles ad accettare condizioni unilaterali da un alleato tradizionale. Il commercio UE-USA ha retto, ma il rapporto si è incrinato. In questo quadro, secondo Codogno, la Cina offre qualcosa che Washington non garantisce più: prevedibilità. Pechino persegue relazioni di lungo periodo, e le imprese hanno bisogno di orizzonti stabili per costruire partnership durevoli.

A differenza della posizione imprevedibile dell’ultima amministrazione statunitense, la Cina ha costantemente perseguito un approccio di lungo termine nelle sue relazioni con altri paesi e blocchi. Questo è appropriato, poiché le imprese hanno bisogno di un ambiente stabile e prevedibile per stabilire relazioni durature.

La risposta al protezionismo, sostiene Codogno, non può essere un protezionismo speculare.

Se la sicurezza nazionale diventa – come di fatto è già diventata – una considerazione predominante, le relazioni internazionali si baserebbero su sviluppi non trasparenti (poiché la sicurezza nazionale è per definizione non trasparente), soggettivi (poiché la progettazione di una governance basata su regole di sicurezza nazionale sarebbe quasi impossibile) e imprevedibili, il che sarebbe una ricetta perfetta per conflitti accresciuti.

L'alternativa è rilancire la governance multilaterale, rafforzare le istituzioni come WTO e ONU, e costruire bilateralmente quello che non si riesce ancora a fare su scala globale.

Cina e UE possono resistere alle pressioni protezionistiche bilanciando resilienza, autonomia e apertura. Dovrebbero rafforzare pragmaticamente la cooperazione economica e commerciale per sostenere congiuntamente un ambiente globale aperto al commercio e agli investimenti, garantendo benefici reciproci e risultati vantaggiosi per entrambi.

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